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L’ultimo tabù della tv di Antonio Socci Il «caro estinto» è sempre più caro. Come il caffè e le zucchine. Questo - più o meno - il contenuto dei servizi dei tiggì nel giorno della commemorazione dei morti, il 2 novembre. La superficialità sembra un comandamento: meglio buttarla in vacca (è colpa del governo anche il morire), se no qualcuno potrebbe addirittura riflettere sul senso della vita. Non sia mai. Il piccolo schermo decisamente non aiuta a capire l'evento che pure coinvolge, intimamente, milioni di italiani. Non che la tv non si occupi della morte. Se ne occupa fin troppo, ossessivamente, ogni giorno ci rovescia in casa una valanga di morti ammazzati e varie scene di macelleria. Addirittura con punte di horror, perfino negli spot pubblicitari. Ma è la morte simulata, la dose omeopatica di morte che ci viene somministrata per aiutarci ad addomesticarla, a censurarla, a neutralizzarla (illusoriamente). Ma possiamo dire che questa gran quantità di informazione ci rende saggi e felici? No. Ci rende solo informati. Ed essere solo più informati può essere anche disperante.
Per ottenere un buon risultato di share (su questo vive la tv) bisogna mantenere viva l'attenzione degli spettatori e ciò impone di passare alla massima velocità possibile da un'«attrazione» all'altra. Derrick de Kerchove in «Brainframes» ha spiegato come l'impedirci reazioni verbalizzate è particolarmente utile nel messaggio pubblicitario. Ma ormai il raffinato linguaggio della pubblicità ha assorbito e colonizzato tutti gli altri. I prodotti (compreso i tiggì) «sono concepiti» spiega Bauman «per ottenere il massimo impatto e una istantanea obsolescenza. Devono attrarre e sorprendere, ma possono contare su un arco di vita brevissimo». È quella che George Steiner definisce «cultura da casinò» dove «i giochi sono tutti veloci e si susseguono gli uni agli altri a ritmo serrato». Aggiunge Bauman: «Questo è il gioco della vita come appare in tv. La cultura da casinò dell'istantaneità e dell'episodicità segna (anche) la fine della politica così come la conosciamo. La nostra è un'epoca di fast food, ma anche di persone che pensano e parlano a grande velocità». La possibilità tecnologica attuale di produrre una serie infinita di oggetti da possedere e consumare permette di narcotizzare questa originaria insoddisfazione. Non potendo possedere l'oggetto di piacere infinito che bramiamo (l'Assoluto, Dio), tentiamo di possedere una infinita serie di cose, piaceri e persone. È la logica esistenziale del don Giovanni. Già sant'Agostino ne aveva colto la traiettoria: «Tu, o Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». La morte fa pensare alla finitezza di tutte le cose e all'infinità del nostro desiderio di vita. La morte ci parla della vita e di noi. Eluderne l'incombenza significa dunque fuggire da noi stessi che è la nostra occupazione quotidiana. Tratto da: Il Giornale |